Critica - Cesare Salvadeo - Photo

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Sulla "Street Photography"
Cesare Salvadeo: L’occhio fotografico.

Le fotografie di Salvadeo non vogliono essere altro che fotografie, come si usava una volta, cioè dei frammenti di quello che si può chiamare “occhio fotografico”, la capacità non solo di immortalare l’attimo fuggente, ma anche gli aspetti curiosi della realtà. Il fotografo si sofferma su fatti e persone dove altri sono passati senza  aver visto nulla. Dettagli, nomi, momenti patetici, ridicoli, interessanti, attimi da ricordare e che esistono, o finiscono per esistere, soltanto dentro la realtà fotografica. Cesare Salvadeo è un vero reporter della vita quotidiana, uno che non ha bisogno di grandi viaggi per trovare scatti da consegnare alla memoria collettiva.  Per questo le sue foto in bianco e nero, rigoroso ed essenziale, sono “belle” perché realmente alla portata di tutti. Avremmo potuto farle anche noi, se solo avessimo la capacità del fotografo di osservare la realtà nei suoi aspetti più paradossali, dagli angoli inusuali, in cui l’intelligenza e la casualità si danno la mano per far nascere qualcosa di unico.
Cesare Salvadeo trova accostamenti particolari anche quando va in giro cercando un punto di vista che faccia nascere una nuova fotografia. L’uomo c‘è sempre, ma  collocato in un contesto sociale o in un paesaggio, spesso urbano. Vi è un notevole equilibrio tra le varie componenti della fotografia, l’ironia è una nota di costume non è mai l’oggetto e il significato dell’immagine. Salvadeo va alla ricerca della foto originale non cerca composizioni sofisticate, vuole fare fotografie e basta, non cerca di fare l’artista, ma predilige quella “fotografia fotografica” di cui si perdono le tracce nell’era del digitale e della post produzione.

Valerio Dehò  


                                            ….Insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie
                                                alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val
                                                la pena di guardare e di ciò che abbiamo il diritto
                                                di osservare. Sono una grammatica e ancor più importante,
                                                un’etica della visione…
                                                                                                 Susan Sontang

Non so se per Cesare Salvadeo l’azione del fotografare e, più esattamente, le fotografie, siano un’ossessione, un’abitudine o un’esigenza mentale. Guardando le sue immagini si pensa ad un lucido e preciso atto di conoscenza, di consapevole persuasione ed, insieme, si pensa ad un incontro intuitivo, ad una felice casualità che sembra escludere la premeditazione. Non c’è contraddizione perché “ la visione (il vedere) è, infatti, molto più di un senso, è un’intelligenza “ e, come tale, implica specifici atti selettivi.
Per lui, fotografo della sensibilità urbana, quello che conta è fissare frammenti di vita, senza nessun intento di saccheggiare la realtà, tutt’al più di consacrarla, complici il prestigio della sua arte e quel tanto di magia e di forza che affiora da attimi fermati. Il normale fluire del tempo li avrebbe sostituiti e consumati immediatamente.
Se ne va per la città come uno strano turista metafisico ad arricchire la sua collezione di immagini. Per fortuna la macchina fotografica è leggera e poco appariscente, è adatta a soddisfare il suo bisogno di andare incontro all’imprevisto, seguire un fortunato intuito, alla ricerca della sorpresa, ma anche dell’ambiguità sconcertante. Agire in velocità, fermare ciò che passa come un lampo. Il sorriso che affiora è il suo filo conduttore, è la sua traccia. Far nascere un sorriso, provocarlo, è un’impresa molto difficile, rara nel dosaggio, pericolosa per la retorica, diversa nelle sue valenze, ha a che fare con la nostalgia, la tenerezza, l’ironia, la malinconia, il contrasto……Ma il suo modo di comunicare è in equilibrio stabile. Si è proiettato in quello che ha visto, si è identificato per conoscerlo meglio e per “sentirlo”. Ha dimostrato, infine, come possono essere godibili e “guardabili” le situazioni quando sono fotografate. Si tratta di un vero e proprio riciclaggio della realtà, una speciale diluizione omeopatica in cui si memorizza, costante, il senso del buono e del bello: ogni situazione, sotto forma di immagine, è ordinata, leggera, essenziale. La dominante delle sue opere è quella che si può chiamare “qualità della presenza” perché ogni scena è fissata per quanto di più significante possiede. In ogni scena, inoltre, ci sono segni del mondo contemplato con occhi nuovi che per mimesi indotta, sono capaci di risvegliare in chi guarda desiderio di riflessione, di attesa, di sospensione del tempo. Una forma speciale di surrealtà. Materiale prezioso per l’immaginazione. Eppure sembravano momenti di casualità!

Giovanna Riu

Sulla Lunigiana contadina
Presentazione
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In questo reportage, realizzato con amore da Cesare Salvadeo, grosso modo nell'arco di un decennio, tra i primi anni Settanta e i primi anni Ottanta, è curioso e in qualche modo preoccupante osservare come, a distanza di un solo decennio, certe immagini appaiano così decontestualizzate e inusuali, veri e propri documenti.
L'uomo, (ma è forse più numerosa la presenza femminile), quasi sempre presente, è sempre incluso nel suo ambiente, perfettamente inserito ed integrato; compone ed interagisce con le sue cose e le architetture. Talvolta è esso stesso come le pietre, impenetrabile, facendo da contrappunto statico alle immagini, altre volte costituisce il fulcro dinamico dell'impianto scenico. In molti casi si fa addirittura emblema morale. Costante è l'indagine, l'azione di scavo psicologico e antropico. Il risultato che ne scaturisce è, una volta ancora, una grande lezione di vita della civiltà contadina.
L'espressività caricaturale di taluni personaggi, l'essenzialità formale e la tensione strutturale fanno sì che frequentemente le immagini così vere e così reali travalichino il contesto ambientale e i luoghi stessi, tanto da sembrare quasi irreali e collocati in una realtà-altra, pirandelliana e metafisica, per attestarsi in una realtà psicologica.
Si tratta di persone che appartengono ai luoghi e a se stesse come le cose, gli alberi e le pietre, così come le cose, le pietre e gli alberi appartengono alle persone.
Immagini che, da sole e in misura eguale, sanno parlare alla ragione della nostra mente e al nostro cuore.
Uomini e donne innamorate del lavoro e della terra, tenacemente dedite al sacrificio, forti dell'orgoglio dei forti, consapevoli del ruolo assegnato loro dall'esistenza e dalla vita.
Lo “sguardo” dell'obiettivo fotografico di Cesare Salvadeo si posa ovunque. E' però ovunque discreto e non presenza estranea; scruta e osserva con grande naturalezza, perfettamente integrato.
Ritratti di persone i cui volti si perdono ai confini del tempo, nel tempo di una storia di fatiche, di volti stanchi e maliconici, i visi forti e scabri di figure fiere e vere, di uomini e donne che di verità hanno saputo cibare la proprie esistenza e per ciò portatori del racconto della nostra storia, probabilmente della storia  di tutti.
Queste fotografie irripetibili, insostituibili, rappresentano per i figli di queste terre degli emblemi, oserei dire dei simboli sacri.
Immagini da sole capaci di farsi portavoce della sacralità di un tempo permeato dal profumo della terra, dei sassi, del legno e del fieno, dall'odore della stalla e del fustagno.
Si tratta di fotografie che ci riportano alle nostre primitive memorie e che ci ritrasmettono “l'odore di cose ancora presenti nell'aria” il ricordo dei cari, delle antiche abitudini, di emozioni vissute, degli intimi angoli, delle pietre di casa. Immagini di cose che parlano ad un occhio che pare avere dimenticato la loro funzione. “Fotografie dense” dunque e piene di pregnante verità.
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Paolo De Nevi.

Introduzione
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Le immagini dovrebbero parlare da sole. C'è chi lo crede. Abbiamo però le prove che una didascalia può cambiare il senso di una fotografia, come la stessa impaginazione o l'accostamento di due o più immagini.
Abbiamo scritto questo testo perché siamo gelosi di queste immagini, non vogliamo che siano prese per ciò che non sono, che siano consumate in un battere d'occhio, quanto il tempo necessario a produrle.
Intanto non sono immagini staccate, isolate, volutamente rifiutano il ruolo di bella fotografia, per imporre una serie di immagini, un percorso visivo, una storia. E' senza dubbio un ritorno ai luoghi d'origine, alle radici contadine, alle pietre di casa.
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Qui, invece, c'è un fotografo, che dopo aver fatto i conti con la fotografia (nel senso che è passato attraverso le esperienze del linguaggio fotografico, con le sue astuzie e malizie) è ritornato a casa, ha ripercorso antichi itinerari (mentali e geografici), ha trovato il modo, qui sta il punto, e il coraggio di affrontare un tema pericoloso, pieno di trappole visive, uscendone bene, con misura, quasi con umiltà, vergognandosi, qualche volta, d'avere tra le mani la macchina fotografica, che lo faceva diverso dagli altri.
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Sergio Fregoso

Su McDonald's
Cesare Salvadeo- Luogo solo

C'è uno spazio abitato di tanto in tanto, precario, transitorio. E seppur di passaggio, se vissuto a lungo, si finisce per essere quel luogo. Luogo solo. Cesare Salvadeo racconta il luogo dell’attesa e con esso il sentimento di solitudine che lì trova rifugio.

L’antropologo francese Marc Augé nel 1992, in "Non-lieux. Introduction à une antropologie de la surmodernitè " (opera tradotta in Italia nel 1996, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità), annoverava i grandi fast food Mc Donald’s tra i “non luoghi”. Tuttavia, in una recente intervista, lo studioso ha affermato: “Non necessariamente Mc Donald’s è un non-luogo, perché se facciamo un’analisi oggettiva vediamo che ci sono giovani che lì trovano il loro spazio sociale”. Di fattio non è possibile dire che un “non luogo” è male e che un “luogo” è bene, in quanto per “non luogo” si intende propriamente uno spazio in cui non è possibile leggere relazioni sociali, mentre un “luogo” è lo spazio dove tale lettura è consentita.
Il Mc Donald’s della stazione ferroviaria negli scatti di Cesare Salvadeo è lo spazio delle “non relazioni”, per lo meno apparentemente. Uomini e donne ritratti nell’atto dell’attesa, tentando di colmare uno spazio che altrimenti sarebbe vuoto. Così il giovane musicista, l’anziano lettore, chi ne approfitta per riposare o chi aggiorna l’ultimo status Facebook.
Individuo alcuno ritratto sembra intrattenere relazioni con un altro da sé, così come rivela la postura dei corpi, accartocciati su se stessi. Eppure è uno spazio abitato dove, seppur di passaggio, trova rifugio l’individuo solitario - non solo, come vuole l’accezione negativa oramai divenuta comune - ovvero colui che è in aperto dialogo con se stesso.
Ovvia, nonché scontata a volte, appare la visione per cui gli “abitanti” dei cosiddetti “non luoghi” siano somiglianti più ad automi che ad esseri umani. Ma non è possibile che questi intrattengano invece comunque delle relazioni? E’ così improbabile credere che nel silente rumore di un affollato fast food trovi posto la riflessione individuale? In tal senso l’altro da sé non sarà che il “se stesso”.
Negli scatti di Cesare Salvadeo tali riflessioni individuali, o mondi interiori, divengono “pubbliche” abbandonando la loro natura intimistica, a causa di quella che può essere definita una vera e propria “collisione” con il mondo esterno. In tal senso il privato diviene pubblico dove l’intimità, deflagrata di ogni protezione, si pone come in vetrina. La solitudine degli individui solitari si vetrinizza, colmando lo spazio dell’attesa che diviene così spazio sociale.

Ilaria Sciadi Adel

Lettera a Cesare Salvadeo
Ho guardato tante volte le fotografie di quest'ultimo tuo reportage, fino a sentirle familiari.
Mi sono soffermata sulle geografie dei volti, sulla fisicità dei corpi, spesso sorpresi eloquentemente di spalle o abbandonati e nascosti tra intrecci di braccia nel sonno.
Ignari.
Più che immagini, scene isolate dal contesto. Scansioni teatrali dove l'azione si consuma in una sottile linea di spazio oltre che di tempo, ma la cui eco permane nella memoria.
Atomi di realtà  avevano incontrato il tuo sguardo, corrispondevano alle idee che avevi negli occhi e nella testa. Ti appartenevano.
Images à la sauvette, avrebbe detto  il maestro Cartier-Bresson.
“Rubare” immagini per salvarsi, per ricostruirsi, per raccontarsi. Possederle o esserne posseduti.
Mi piace credere che qualche volta tu ti sia lasciato scegliere.
Ogni fotografia, anche una sola, “racconta” come poetica ed estetica si siano fuse, come “l'aggregarsi in forma” delle cose sembri in te naturale e semplice. Nasce, invece, da idealità, cultura, esperienza meditata e criticità severa.
La conoscenza che ne deriva – immaginazione, sentimento, relazione, storia – rende più acuti e più ricchi.
Non penso solo al senso ed al significato, quello che cerchiamo per placare l'ansia e la solitudine del mondo frantumato in cui viviamo, penso a un'intensa aspirazione alla bellezza, quella che fai viaggiare nelle tue fotostorie e che hanno connotato il tuo percorso artistico, dai reportages a sfondo sociale alle ricognizioni urbane, alla ricerca di una felice casualità, della sorpresa.
Prima che il bisogno di poesia diventi solo nostalgia.
In ogni scatto c'è un'affettività sommessa, come è del tuo pudore (parola desueta come il significato che sottende).
Non parlo della grammatica, della sintassi e della semantica del tuo fotografare, sei troppo oltre. Personalizzate in stile, sono il tuo abito.
Ma quello che continua ad affiorare nello schermo dei miei occhi chiusi è bellezza pura che penetra e quasi fa male, alchemizzata in immagini.
Così anche la stazione della nostra ex bella città, luogo precario per eccellenza,
e la sala del più frequentato e vituperato eden del fast food, sigla McDonald's, interpretato, architettonicamente ripreso tra geometrie essenziali di bianco-nero, diventa sfondo e teatro ( ritorno su questa parola) giusto per interpreti privilegiati, scelti da te e presentati ai nostri sguardi meravigliati: un profilo che affiora da una parete nera, due grandi madri africane, assolute e regali come le sculture di Moore, un abito zigzagante su una schiena femminile, il dinamismo di un ventaglio...
Un uomo mangia con la bocca spalancata, trova il suo doppio nel riflesso del tavolo di laminato plastico.
Cellulari e cellulari, scrutati, stretti nelle mani, martellati sui tasti. Guardati come talismani.
Ognuno sembra solo, intento su se stesso.
Tu pensi alla solitudine urbana?
Non so, sei riuscito a coinvolgere non solo me, a pensare i tuoi attori “per caso”, al prima e al dopo quell'attimo che hai catturato e che resterà bello per sempre.
Si tratta di “qualità della presenza”, impronta determinante in un'opera d'arte secondo le parole e  la sapienza di Walter Benjamin.
A te, grazie da Giovanna Riu, nel marzo del 2016.
 
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